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Il miracolo della Manmohanomics

Dal 2010, quando era stabilmente da tre anni al 9%, la crescita si è più che dimezzata. Quasi è tornata a quell’incremento economico che Amartya Sen chiamava “tasso di crescita hindu”: un 3% sempre vanificato dalla moltiplicazione demografica. In aggiunta l’inflazione è ai limiti dell’insostenibilità, gli investimenti sono crollati e la corruzione cresciuta. I numeri più deprimenti da vent’anni, quando tutto incominciò.

 

Manmohan
Un bilancio così non avrebbe affossato solo le speranze di un leader della maggioranza di governo anche più dinamico e amato di Rahul Gandhi. Rende problematico apprezzare l’eredità economica che Manmohan Singh lascia all’India, dopo 23 anni di servizio pubblico.

  Se in Giappone a Shinzo Abe è bastato un anno e mezzo di governo per battezzare un modello di crescita – per altro già in crisi – possiamo parlare di Manmohanomics? Alcuni esperti dicono di no. Sottolineano che negli ultimi vent’anni l’India ha registrato una crescita diseguale: la minoranza dei ricchi è diventata più ricca della maggioranza dei meno ricchi e dei poveri. Soprattutto è aumentato il gap fra India urbana e rurale: dal 1994 al 2008 la spesa mensile pro capite della prima è cresciuta del 221%, quella della seconda del 174. I dati sono della National Sample Survey Organisation. E’ tutto vero.

  Forse, tuttavia, è ancor più vero che ci sia stata una crescita per tutti, per quanto diseguale; e che in 14 anni negli oltre 500mila villaggi agricoli del Paese siano aumentati di 174 volte disponibilità economica e prodotti da comprare.

  Oltre che di statistiche, spesso è una questione di sentimento e punti d’osservazione. Per noi Dharavi, alle porte di Mumbai, è il più grande slum dell’Asia; per gli indiani è soprattutto il più grande produttore di pellame conciato del mondo. Ancora oggi la Banca Mondiale sottolinea che in India servono 168 giorni e 35 documenti per avere un permesso di costruzione. Prima che apparisse la Manmohanomics, quando regnava il License Raj, l’impero della carta bollata, era tre volte tanto di tutto: tempo e burocrazia.

  “La Storia sarà più comprensiva con me di quanto sia la stampa contemporanea e i partiti d’opposizione in Parlamento”, diceva l’anno scorso Manmohan Singh, annunciando il suo ritiro dalla vita politica alla fine di questo mandato da premier.

  Governatore della Banca Centrale per due anni e mezzo, ministro degli Esteri per uno, alle Ferrovie per due mesi; tre volte alle Finanze, primo ministro per due mandati consecutivi dal 2004 a oggi. Solo Jawaharlal Nehru riuscì a guidare due legislature di seguito, sessant’anni fa. E solo i Nehru-Gandhi nel loro insieme hanno un curriculum di governo migliore. Dieci anni fa, quando il Congress vinse inaspettatamente le elezioni, Singh non aveva alcuna intenzione di diventare premier. Fu costretto a farlo perché trovò un candidato ancora più riluttante di lui in Sonia Gandhi che, come leader del partito vincente, secondo Costituzione avrebbe dovuto governare. In tutta la sua carriera pubblica Singh è stato il servitore più onesto ed efficace del Congress e della dinastia familiare che ha sempre governato il partito. Qualità che non sempre gli sono state riconosciute.

   Nel 1985, quando era primo ministro, Rajiv Gandhi andava in giro per l’India con un Toshiba T5200 da 10 chili, grande come una valigia. Nessuno aveva ancora inventato la connessione telefonica e nel muto computer Rajiv si limitava a memorizzare ogni cosa. Ma era l’inizio.  Se non fosse stato assassinato poco prima, nel 1991 Rajiv avrebbe chiamato al dicastero delle Finanze il governatore sikh della Banca centrale. Lo fece Narasimha Rao che prese il posto di Rajiv, e quello sarebbe diventato l’anno d’inizio della Manmohanomics, delle riforme economiche e dello sviluppo tecnologico indiano.

  Gli indiani statisticamente sotto la linea di povertà erano il 44% all’inizio degli anni Novanta, il 37 nel 2005, il 29,8 nel 2010. Se poco meno del 25% della popolazione è ancora analfabeta, da almeno un decennio il 93 di quella infantile frequenta la scuola primaria. L’impresa privata si era coalizzata nel 1992 contro le liberalizzazioni di Singh: preferiva sopravvivere nei limiti concessi dal pachiderma dell’economia di Stato, ma da questo protetta nel suo asfittico mercato interno con barriere doganali di ferro e opportunità d’investimento pari allo zero per gli stranieri. Grazie alla Manmohanomics prima della fine del decennio Tata, Mahindra, Bajaj, Godrej, Ambani e centinaia di altri marchi indiani già acquisivano imprese in Asia e in Occidente. Narendra Modi governerà grazie ai successi economici nel Gujarat del quale è stato in chief minister per un ventennio: non li avrebbe ottenuti senza le riforme di Manmohan Singh.

 

Per un'Indianeide domenicale, allego il commento sulla vittoria di Modi, uscito sul sito del Sle-24 Ore, e quello sulla dinastia nehru-Gandhi, pubblicato ieri, sulla prima del giornale cartaceo.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-05-16/la-valanga-vittoria-hinduista-103211.shtml

 

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-05-17/la-dinastia-gandhi-e-abitudine-avversita–…       

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  • carl |

    Così al volo.. Un punto nero, una macchia, una grossa ipoteca sul futuro del subcontinente indiano. Quale ? Le migliaia di suicidi di contadini in parallelo con il consumo per irrigazione del/dei bacini sotterranei di acque fossili, e cioè un patrimonio creatosi in tempi lunghissimi (come il petrolio..).
    Il “bello” (si fa per dire..:o) è che stanno facendo altrettanto negli States, con il loro bacino di acque fossili Ougallala..
    Ma l’ancora più “bello” (si fa per dire..) è que negli States forse riusciranno ad inquinarlo prima di averlo consumato tutto..

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