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Trent’anni da “italiani, brava gente”

di Cronologia articolo26 settembre 2012

In questo articolo

Argomenti: Italia | Filippo Montesi | San Marco | Forze Armate | Nato | Marina Militare | Paolo Nespoli | Hezbollah |Franco Angioni

Il Caorle – al maschile perché in Marina una nave è sempre un legno – attraccò nel caotico porto di Beirut il 26 settembre 1982. Cercando di nascondere una comprensibile circospezione, i bersaglieri del Governolo, i parà della Folgore e i marò del San Marco, scesero gonfiando il petto. Erano passati 37 anni, tre mesi e 18 giorni dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Da quell'avventura libanese, nella quale una sconfitta fu trasformata in una vittoria, le Forze armate hanno compiuto e concluso una quarantina di missioni all'estero. Altre 25 sono in corso in 27 Paesi con 6.293 uomini (il dato dello stato maggiore è aggiornato al marzo 2012) e una spesa nel 2011 di 100,7 milioni di euro. Sono molte di più le missioni alle quali Onu, Nato, Ue e singoli Paesi ci chiedono di partecipare.
Ma non ci sono abbastanza donne e uomini, mezzi né risorse economiche per soddisfare la richiesta. In un certo senso è uno di quei casi in cui la domanda è superiore all'offerta. Perché quel giorno di trent'anni fa a Beirut iniziava una delle più interessanti storie di successo italiane all'estero: il "brand" dei militari italiani capaci di affrontare situazioni difficili, riportare l'ordine e a volte perfino la pace in giro per il mondo, di solito senza usare la forza. Ad essere precisi non solo nel mondo. Nel 2010 oltre ai 6mila soldati impegnati sulla Terra ce n'era uno anche nello Spazio: Paolo Nespoli, trent'anni fa sottufficiale della Folgore al quartier generale del generale Angioni a Beirut, oggi astronauta dell'Esa.

Il nome della prima uscita italiana all'estero dai tempi della guerra mondiale, era Libano 2. Nell'agosto del 1982 c'era stata una Libano 1: 519 fra bersaglieri del Governolo e volontari di altri reparti, erano venuti a Beirut a scortare fino a Damasco i guerriglieri palestinesi dei campi attorno a Beirut. Era il risultato di un compromesso raggiunto dagli americani per interrompere l'assedio israeliano della città. Conclusa la missione, l'11 settembre i nostri tornarono a casa. Pochi giorni dopo i siriani fecero saltare in aria Bashir Gemayel, il nuovo presidente cristiano-maronita del Libano. I falangisti, la sua milizia, si vendicarono massacrando più di un migliaio di civili – forse molti di più – nei campi profughi di Sabra e Shatila: in questi giorni c'è stato anche il trentesimo anniversario di quell'eccidio che i miliziani della Falange non avrebbero potuto concludere senza l'appoggio logistico israeliano. Fu una commissione d'inchiesta israeliana a stabilire la "responsabilità morale" del suo stesso governo.

Il 26 settembre gli italiani tornarono con un contingente, Italcon, di 8.345 uomini al comando di Franco Angioni, generale della Fo
lgore, con americani, francesi e inglesi, parte di una forza multinazionale che non dipendeva dall'Onu. Il suo obiettivo era la protezione dei palestinesi dei campi e, in generale, della popolazione; quello non dichiarato era di addestrare l'Armée libanese e sostenere il governo che aveva firmato il trattato di pace con Israele. Era insomma una missione politica: rafforzare un'autorità che doveva essere nazionale e invece era cristiana. Gli italiani non vi si adeguarono e fu questa la ragione del loro successo e l'inizio di quel brand che avrebbe funzionato ovunque.
L'obiettivo politico degli americani fallì, il Libano esplose di nuovo, ci fu il massacro dei marines e dei parà francesi uccisi dai kamikaze di un movimento islamico sciita che si sarebbe chiamato Hezbollah. Gli italiani non furono mai attaccati direttamente. Ebbero 75 feriti e un solo caduto, il marò Filippo Montesi, ventenne. L'agguato alla sua pattuglia fu un errore, su quel sentiero buio fra i campi palestinesi, i miliziani aspettavano i francesi. Gli italiani avevano effettivamente protetto i palestinesi e aiutato la comunità sciita di Beirut Sud, i più poveri, aprendo per loro un grande ospedale da campo. Il capitano Cantatore, in codice "Charly", portava l'uniforme dell'aviazione leggera dell'Esercito ma era dei nostri servizi, incaricato di tenere i contatti e proteggere il contingente. Socialisti e democristiani che allora governavano, erano atlantisti ma con una vocazione a una politica mediterranea autonoma.

Dopo 17 mesi di missione, la Forza multinazionale fu ritirata, lasciandosi alle spalle un caos peggiore di quello che avevano trovato. Gli italiani furono tra gli ultimi ad andarsene. La missione fu un fallimento ma per gli italiani fu un successo. Le forze armate si erano scrollate di dosso la sindrome del fascismo, della sconfitta di guerra e delle tendenze golpiste. Loro e noi scoprimmo di avere uomini (allora le donne ancora non c'erano) capaci di fare il loro lavoro con professionalità e umanità. Le navi che riportarono Italcon a casa furono accolte come una flotta vittoriosa.
Scoprimmo di avere una vocazione, sfruttata tuttavia a metà. Ogni esercito in missione di pace porta con sé imprenditori capaci di sfruttare l'immagine che sacrifici e professionalità dei militari danno del loro Paese in luoghi che spesso devono essere ricostruiti. Imprese pubbliche e private italiane sono sempre state riluttanti a seguire i nostri, poco propense al rischio implicito in quei mercati instabili. L'esempio più chiaro è il Libano: dopo la guerra del 2006 l'Italia decise di contribuire alla missione Onu nel Sud con il contingente più grande, 2.400 uomini. Ma la ricostruzione la fecero i francesi.

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