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Se la Siria diventa un altro Libano

Trent'anni fa di questi tempi i bersaglieri del battaglione Governolo sbarcavano a Beirut. Era la prima importante missione militare italiana all'estero dalla Seconda guerra mondiale. Il generale della Folgore Franco Angioni era il suo comandante. Sebbene per scopi pacifici, anche il nostro Paese finì coinvolto in un conflitto civile che già durava da sette anni e sarebbe finito solo nel 1990, cioè sei anni dopo il nostro ritiro.

Quindici anni di guerra civile devastante; più di 200mila morti e 100mila dispersi in un Paese con una popolazione di 2 milioni; l'antico centro di Beirut, il cuore millenario dei commerci nel Mediterraneo, interamente distrutto. Dal 1975 al '90, con brevi soste promosse da tregue molto fragili, tutti hanno combattuto contro tutti: sciiti e sunniti, cristiani e musulmani, cristiani contro cristiani, drusi, alawiti, profughi palestinesi, destre, sinistre. Parallelo allo scontro civile ci fu l'intervento diretto o indiretto di mezzo mondo attorno al Libano: israeliani, siriani, americani, sovietici, francesi, algerini, iracheni, sauditi. Perfino il Vaticano.

Ogni milizia locale aveva un padrino internazionale: guerra civile e partecipazione esterna interagivano. A volte era la prima che imponeva il coinvolgimento della seconda; altre volte erano le vicende attorno al Libano che ne determinavano gli scontri interni. Se iracheni e sauditi avevano un problema ai loro confini, erano le milizie libanesi a loro vicine che si scontravano. E se le milizie esageravano, se un gruppo settario rischiava di soccombere, se c'erano troppi morti, i padrini intervenivano per placare gli animi libanesi.

Ci sono molte similitudini con la vicenda siriana e forse è così, à la libanaise, che si dipanerà anche quel conflitto. Un anno e mezzo dopo il primo sparo, la guerra civile siriana non sta per finire: è appena incominciata e durerà a lungo. Bashar al-Assad potrebbe anche uscire di scena senza che le violenze cessino. Quando accadrà – se accadrà – gli alawiti si chiuderanno nella loro enclave territoriale e da lì continueranno a difendere la loro presenza. Posto che il Libero Esercito della Siria accumuli l'autorevolezza e la forza militare per farlo, ci vorrà molto tempo per disarmare le milizie cittadine, di quartiere, di questa e quella moschea che nel frattempo si sono formate.

Al momento non esistono scorciatoie internazionali per fermare il conflitto civile. Una no-fly-zone è impraticabile nei cieli della Siria. Perché diversamente dalla libica, quella siriana è un'aviazione vera che prima di essere annichilita può fare molti danni. E perché la Siria è difesa da un sistema missilistico antiaereo fra i più moderni, ceduto dalla Russia, che anche gli israeliani trattano con rispetto. Se negli anni della Guerra fredda era molto difficile decidere di "morire per Danzica", nessun Paese occidentale, oggi, rischierebbe in nome della Siria uomini e mezzi del valore di milioni di dollari.

Dentro la Siria il regime di Assad è capace di non perdere per molto tempo ancora; e gli oppositori non sono capaci di vincere senza un fronte unito e una leadership politica identificabile. E c'è lo stallo internazionale: l'Iran e il suo programma nucleare, gli Hezbollah che hanno tenuto testa a Israele; Qatar e sauditi che possono pagare ma non hanno la massa critica militare per intervenire; gli Stati Uniti e l'Europa che hanno i mezzi ma non i soldi né volontà politica.

Intanto, fra un piano di pace Onu e l'altro (proprio come in Libano), la guerra civile si settarizza e si territorializza: hanno incominciato i curdi; e i drusi, tenaci combattenti della montagna, potrebbero imitarli. Prima o poi anche i cristiani decideranno di organizzare una milizia per scopi difensivi. Come accadde in Libano, solo un mutamento del quadro internazionale potrebbe rompere lo stallo, accelerando il conflitto o risolvendolo. Il sasso nello stagno – se il massacro quotidiano in Siria si può definire stagno – potrebbe essere il bombardamento israeliano dei siti nucleari iraniani. Bibi Netanyahu e il suo ministro della Difesa Ehud Barak sono convinti sia necessario. Nella loro lettura degli eventi, il caos a Damasco non è un deterrente ma una ragione in più per intervenire. A quel punto la guerra civile siriana cesserebbe: ma per diventare una grande guerra mediorientale.

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©RIPRODUZIONE RISERVATA

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